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IL "MADE IN ITALY" A ... MAGLIE LARGHE

14-03-2010 - MADE IN ITALY
13/3/2010 (8:0) - IL CASO
Made in Italy ma solo a metà
E´ già scontro

Insoddisfazione per il testo della nuova legge
Italiano ciò che è
«prevalentemente» fatto qui

ROBERTO GIOVANNINI
INVIATO A PRATO
È un segreto di Pulcinella: borse, scarpe, abiti istoriati da griffe italiane sono merci costosissime prodotte spesso fuori dai confini nazionali.

In qualche caso, in Italia, vengono concluse le operazioni di assemblaggio di pezzi che arrivano da mezzo mondo, dove il lavoro costa poco. In altri, i prodotti vengono confezionati qui, ma in scantinati bui e insalubri da contoterzisti che impiegano immigrati clandestini. Poi ci sono quelli «fasulli», spuntati in un angolo qualunque della terra, ai quali sono stati dati nomi italiani, considerati, da soli, simboli di qualità e stile.

Per contrastare questo stato di cose, e con l´obiettivo di difendere marchi e produzioni che rappresentano centinaia di migliaia di posti di lavoro (oltre che una bella fetta del reddito nazionale), mercoledì la commissione Industria del Senato ha approvato un disegno di legge sul made in Italy per abbigliamento, calzature, pelle e divani. È scontato il passaggio alla Camera. Così come unanime è stato il sì della commissione.

Le regole
La norma istituisce un sistema di etichettatura obbligatoria dei prodotti della pelletteria e del calzaturiero che evidenzi il luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e ne assicuri la tracciabilità. Si potranno fregiare del marchio «Made in Italy» solo i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo «prevalentemente» nel territorio nazionale. Gli altri, dovranno portare l´indicazione dello Stato di provenienza. L´etichetta, poi, dovrà indicare che le lavorazioni hanno rispettato le norme vigenti in materia di lavoro di sicurezza dei prodotti; l´esclusione dell´impiego di minori nella produzione; il rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali per l´ambiente.

Le sanzioni previste sono salate: da 10 a 50 mila euro per mancata o scorretta etichettatura. Se la violazione è reiterata, carcere da uno a sette anni, dipende se dietro l´imbroglio c´è un´organizzazione. Il coro di consensi è unanime.

Le critiche
Anche se su un punto fondamentale il provvedimento vacilla non poco: il diritto all´etichetta che certifica l´italianità lo potranno ricevere scarpe, abiti e divani in pelle «prevalentemente» prodotti nel nostro Paese. E per «prevalentemente» s´intendono almeno due passaggi della lavorazione effettuati in Italia. Ad esempio, un divano o un paio di scarpe potranno essere definiti «italiani» a tutti gli effetti anche se da noi sono stati solo assemblati e rifiniti. Ma come si potrà parlare di prodotto italiano nel caso di un paio di scarpe se la concia, la lavorazione della tomaia e il pellame sono «stranieri»?

Dei limiti della futura legge sono consapevoli anche molti dei promotori. «Ci provavamo da quindici anni» commenta il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni. E sono proprio gli esponenti della Lega Nord a ipotizzare a breve il varo di testi di legge più rigidi e a pensare già all´allargamento del provvedimento per altri settori come l´occhialeria e l´alimentare. La pensa così Giancarlo Sangalli, già numero uno della Cna, confederazione nazionale dell´Artigianato e della piccola e media Impresa, e oggi senatore del Pd: «È un passo avanti, ma riconosco sia un provvedimento un po´ debole».

Da sempre Consiglio e Commissione Europea hanno respinto ogni ipotesi di etichettatura obbligatoria, se non limitata a prodotti di provenienza extraeuropea. L´unica concessione (o scappatoia) ha riguardato gli aspetti «sanitari», quelli a tutela della salute dei consumatori.

«È una strada ancora tutta percorribile - spiega Sangalli - secondo uno studio dell´Unioncamere l´otto per cento dei materiali utilizzati in un campione di prodotti totalmente o parzialmente fatti all´estero comprendeva sostanze pericolose o cancerogene, come collanti, solventi, tinture».

Ed è per questo che, anche dopo l´approvazione della legge sul «Made in Italy» - che per evitare di entrare in conflitto con Bruxelles entrerà in vigore solo dopo il primo ottobre, per dare tempo alla Commissione Europea di pronunciarsi nel merito - molti parlamentari hanno già annunciato che lavoreranno a progetti di tutela impostati sul varo di una etichettatura diversa, un «brand volontario».

In pratica una sorta di autocertificazione di qualità, sottoposta a verifiche e controlli, che documenti che il prodotto che espone il marchio «Italia» rispetti certi criteri di composizione e di origine.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201003articoli/53088girata.asp

Fonte: LA STAMPA.it

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